Immaginate di svegliarvi un giorno e scoprire che una delle riserve naturali della vostra città, che ospita specie protette, è stata recintata e che la popolazione locale non può più accedervi. È quello che è successo nel sud dell’Albania alla Laguna di Narta, a nord di Valona, nella notte del 30 aprile.
Dopo aver ceduto Zvernec nel 2023, modificando la Legge n. 81/2017 “Sulle Aree Protette”, per permettere la costruzione di resort di lusso nelle aree protette, per favorire il “turismo d’eccellenza”, nel 2024 vi è stata la controversia del “Blue Borgo” al nord, nel 2025 era stata ceduta anche Sazan, e ora, Jared Kushner, ha anche ceduto parte della costa che permette l’accesso all’isola Zvernec.
A dare l’allarme lo stesso giorno è stata l’ONG ambientalista PPNEA (Protection and Preservation of Natural Environment in Albania) che ha portato nel giro di poche ore le persone locali a radunarsi nei pressi della recinzione. Nelle settimane successive la protesta è continuata fino al picco del 30 maggio, dove i residenti hanno tentato di abbattere la rete. Uno dei manifestanti è stato trascinato via per diversi metri dalla polizia, riportando varie ferite.
L’accaduto ha scatenato non solo la rimozione di Elidon Çela, fino a quel momento capo della polizia di Valona, ma anche la mobilitazione generale in tutto il paese, dalle città più grandi come Tirana e Scutari a paesi più piccoli e aree rurali.
Durante la prima settimana di proteste che ha interessato tutto il paese, il primo ministro, insediatosi nel maggio 2025, Edi Rama, ha difeso, in parlamento, la validità del piano dichiarando come avrebbe portato “sviluppo e posti di lavoro” rimanendo vago e cauto riguardo le sue posizioni sulle proteste, mentre in città le forze dell’ordine utilizzavano idranti per disperdere la folla che tuttavia è rimasta compatta.
Sempre Edi Rama, tuttavia, nella giornata di domenica 7 giugno, ha partecipato ad una trasmissione della CNN parlando della questione, riferendosi alla cessione dell’area protetta come una fake news, una calunnia, fatta trapelare dai suoi competitor, lanciando frecciatine alla Grecia sperando che il richiamo al nazionalismo antigreco potesse placare la rabbia della popolazione, cosa che tuttavia non è avvenuta, anche a causa delle precedenti dichiarazioni rilasciate neanche una settimana prima.
La zona è la casa di decine di specie sia animali che vegetali, tra cui anche specie a rischio. Tra gli abitanti animali della laguna troviamo il fenicottero, che è diventato simbolo della protesta, e che sembra sia stata la causa dell’interesse di Melania Trump che successivamente ha portato alla decisione di voler acquisire la zona.
A un mese di distanza la situazione non è minimamente cambiata, anzi, è peggiorata: la polizia utilizza gas lacrimogeni sulla popolazione, ha fermato per identificazioni almeno 40 persone e, nella giornata del 2 luglio, ne ha arrestate 18.
La questione albanese crea un precedente pericoloso per tutto il mondo, creando la possibilità di vendere riserve naturali a privati stranieri dove le specie a rischio che risiedono al loro interno vengono messe alla mercé del primo miliardario che riesce ad aggiudicarsi il territorio. Specie che probabilmente verranno utilizzate per l’intrattenimento dei proprietari: nel “migliore” dei casi potrebbero essere solo osservate, nel peggiore l’intrattenimento potrebbe consistere nelle percosse o nella caccia di questi, perché ormai il territorio, così come i residenti animali al suo interno, sono stati venduti.
Il malcontento della popolazione, infine, è causato non solo dai rischi che queste aree protette incontrano, ma anche perché stanno vedendo da anni il loro paese che viene messo in vendita e alla disposizione di un’élite o di un governo straniero, come nei casi dei CPR italiani, mentre le loro voci vengono ancora una volta ignorate.
Un paese per cui il popolo albanese lotta con le unghie e con i denti da decenni. Il popolo è stato per 50 anni, esattamente dal 1944 al 1991, sotto dittatura, dove la minima trasgressione, il minimo crimine “contro la nazione e il partito” che poteva essere anche il possedimento di un testo religioso o farsi trovare in giro dopo il coprifuoco, poteva condurli al carcere e alla morte.
Dopo un anno di occupazione tedesca, che aveva stremato il paese, e mezzo secolo di dittatura, il popolo albanese aveva l’opportunità di ricomporsi, sia come paese che come comunità. Opportunità che, se non fosse per le migliaia di persone che stanno scendendo in piazza per riaffermare la loro voce, sarebbe svanita a causa di persone al governo che reputano che qualche milione di dollari valga molto più del paese per cui migliaia di persone hanno lottato e perso la vita.
