I numeri sono usciti il 28 maggio. Li ha pubblicati il World Meteorological Organization, insieme al Met Office britannico, dopo aver fatto girare circa 200 simulazioni su 13 modelli climatici diversi. Non è l’opinione di un attivista, non è l’allarmismo di qualche ONG. È scienza, sintetizzata, verificata, incrociata da tredici istituti diversi che raramente concordano su tutto e che qui, invece, concordano.
Tra il 2026 e il 2030 le temperature medie globali oscilleranno tra 1,3°C e 1,9°C sopra la media pre-industriale. L’86% di probabilità che un anno del quinquennio superi il record del 2024. Il 75% che l’intero periodo sfori 1,5°C, la soglia che nel 2015, a Parigi, quasi duecento Paesi avevano giurato di non oltrepassare.
Qui non stiamo parlando di un’ipotesi remota e nemmeno di uno scenario estremo tra tanti, quello che i modelli tengono in fondo per completezza statistica. Stiamo parlando della proiezione più probabile, quella su cui i governi dovrebbero costruire ogni scelta politica dei prossimi cinque anni.
L’Artico si scalda a una velocità tre volte e mezzo superiore alla media planetaria. L’Amazzonia, il polmone che dovrebbe aiutarci ad assorbire quello che produciamo, rischia siccità e incendi sempre più estesi: da alleata nella lotta al riscaldamento a nuova fonte di emissioni. Ogni frazione di grado in più significa ondate di calore più letali, piogge estreme, ghiacciai che si sciolgono più in fretta, milioni di persone che smetteranno di poter vivere dove sono nate.
Di fronte a numeri così, ci si aspetterebbe una mobilitazione totale. È successo il contrario.
Nei primi mesi del 2026 gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro dall’UNFCCC, la convenzione quadro ONU sul clima che il Senato americano aveva ratificato all’unanimità nel 1992, insieme all’uscita da altre 65 organizzazioni internazionali. Hanno abbandonato il Green Climate Fund, che dal 2010 finanzia l’adattamento climatico dei Paesi più poveri, quelli che pagano il conto più alto pur avendo contribuito meno al problema. Hanno completato, per la seconda volta, l’uscita dall’Accordo di Parigi. Hanno smontato l’Endangerment Finding, la base legale che dal 2009 permetteva al governo federale di regolare le emissioni di gas serra.
Quattro decisioni. Poche settimane. Tutte nella stessa direzione.
Non è assolutamente un dettaglio amministrativo, piuttosto è lo smontaggio, pezzo per pezzo, dell’unica architettura che il mondo si era dato per affrontare insieme la crisi climatica, proprio mentre gli scienziati dicono che il tempo sta per scadere.
Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, lo ha detto senza girarci intorno: gran parte dell’umanità dipende da fonti fossili che non controlla, a prezzi che non può prevedere, in balìa di tensioni geopolitiche continue. Tre quarti del pianeta importano l’energia che li tiene accesi. Tre quarti del pianeta, alla mercé di chi quell’energia la possiede.
Ed è qui che i due piani, quello scientifico e quello politico, smettono di essere due storie separate.
Quante risorse, economiche, diplomatiche, militari, vengono spese ogni anno per garantirsi l’accesso a petrolio e gas, per proteggere rotte energetiche, per sostenere regimi amici pur di tenere aperti i rubinetti? E quante, invece, per la transizione, per riparare i danni già fatti, per mettere in sicurezza chi quei danni li sta già subendo?
Non serve essere esperti di geopolitica per vedere lo squilibrio. La scienza chiede una mobilitazione da economia di guerra. La politica, quella vera, le guerre continua a farle per il petrolio. Usiamo la forza per difendere ciò che ci sta uccidendo lentamente, invece di usarla per costruire ciò che potrebbe salvarci. Chiamarlo paradosso è già una gentilezza.
Non è ingenuità pensare che le stesse risorse oggi impiegate per contendersi giacimenti e rotte del gas potrebbero riconvertire le reti elettriche, proteggere le coste, ripensare l’agricoltura, finanziare sul serio chi sta pagando un conto che non ha scelto. Non è un’utopia. È un’altra priorità, praticabile quanto quella attuale, che richiede solo una cosa che oggi manca: la volontà politica di scegliere.
Il rapporto del WMO non è ancora una sentenza definitiva. Un singolo anno sopra 1,5°C, o anche una media quinquennale sopra soglia, non significa che l’Accordo di Parigi sia fallito: l’obiettivo si misura su decenni, non su singole annate. Il margine per invertire la rotta esiste ancora. Ma si restringe a ogni rapporto che leggiamo, a ogni trattato disdetto, a ogni barile considerato più urgente di un pannello solare.
La domanda che resta aperta non è tecnica. È politica, ed è la stessa da anni: continueremo a misurare il tempo che ci resta in gradi Celsius, o troveremo il modo di misurarlo in scelte fatte, prima che il conto arrivi e non ci sia più nessuno a poterlo pagare?
