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Italia

Aiuto, Basta!

20 Luglio 2026
5 min di lettura

Le cicale friniscono a mezzogiorno al Pilastro, poi qualcuno grida. È il 19 luglio, e da un garage di via Svevo arrivano le urla di un uomo che chiede aiuto, sempre più flebilmente, finché non chiede più niente. A terra c’è Abderrahim Fakir, 43 anni, arrivato in Italia da bambino, residente a Sasso Marconi, facchino in un’impresa di logistica. Poco dopo verrà dichiarato morto.

Il video che gira da ore restituisce una sequenza difficile da guardare: due agenti lo bloccano a faccia in giù, un residente li aiuta tenendogli le caviglie, gli vengono strette le fascette e poi le manette, dopo l’uso dello spray al peperoncino. “Aiuto”, “basta”, ripete Fakir, finché smette di muoversi. I sanitari del 118, chiamati dagli stessi poliziotti per contenerlo, secondo la ricostruzione emersa finora intervengono attivamente solo quando l’uomo è già privo di sensi: un dettaglio grave abbastanza da avere spinto l’Ausl di Bologna ad aprire un procedimento interno, parallelo a quello della Procura, che ha disposto l’autopsia e acquisito bodycam e video dei residenti. Fratello e sorella descrivono Abderrahim come un uomo asmatico, cardiopatico, arrivato al Pilastro solo per salutare un amico. “Un bonaccione”, dice il fratello. La sorella promette che non si darà pace finché non avrà giustizia.

Ieri sera il quartiere si è riversato in strada. Centinaia di persone, uno striscione con scritto “omicidio di stato”, qualcuno che ha scomodato il nome di George Floyd. Sono parole enormi, forse fuori misura rispetto a quello che sappiamo per ora: la dinamica esatta della colluttazione, le cause cliniche del decesso, il grado di responsabilità dei singoli agenti sono cose che stabilirà un magistrato, non un video girato con un telefono. Il sindacato di polizia Coisp lo dice chiaramente: niente processi sommari, aspettiamo che parlino le bodycam. È una richiesta legittima.

Ma si possono tenere insieme due cose: la presunzione d’innocenza per i singoli agenti, fino a prova contraria, e il fatto che questa vicenda, presa da sola, non spiega nulla, perché non è la prima volta che in Italia un fermo di polizia diventa l’ultimo minuto di vita di qualcuno, e il problema non può essere sempre e soltanto individuale.

Non è un caso che questa notizia arrivi proprio oggi, 20 luglio. Sono passati venticinque anni esatti da quel pomeriggio del 2001 in cui, in piazza Alimonda a Genova, un carabiniere sparò e uccise Carlo Giuliani durante le proteste contro il G8. Il giorno dopo sarebbe arrivata l’irruzione alla scuola Diaz, poi le violenze di Bolzaneto: pagine che la giustizia italiana ha impiegato anni a giudicare e che restano, ancora oggi, la ferita più profonda nel rapporto tra i cittadini e chi dovrebbe proteggerli. Genova non fu solo un errore individuale sotto pressione, fu la prova plastica che senza strumenti reali di controllo, identificazione degli agenti in servizio d’ordine pubblico, catena di comando trasparente, un organo di vigilanza davvero indipendente, la responsabilità si diluisce fino quasi a scomparire. Da allora qualcosa è cambiato: le bodycam, oggi citate come garanzia di verità proprio nel caso Fakir, sono forse il frutto più concreto di quella stagione. Ma restano uno strumento che registra, non uno che previene.

Alle forze dell’ordine affidiamo, letteralmente, la nostra incolumità fisica. Chiamiamo il 113 o il 118 aspettandoci che chi arriva sappia gestire una persona in crisi, agitata, forse malata, come pare fosse Fakir, senza che quella richiesta d’aiuto diventi una condanna a morte. È un patto che si regge su tre gambe: formazione alla gestione delle crisi psichiatriche e sanitarie, protocolli chiari su come immobilizzare un corpo senza comprometterne la respirazione, e la certezza che ogni intervento venga valutato da un occhio davvero terzo, non da un ufficio interno che indaga su sé stesso. Al Pilastro sembra essere mancata almeno una di queste gambe, forse tutte. Lo stabilirà l’inchiesta. Ma il fatto che dobbiamo aspettare un’inchiesta ogni volta, e ogni volta la stessa domanda, è già di per sé una risposta.

Quando questo patto si incrina, e si incrina ogni volta che una vicenda del genere diventa virale prima che finisca in tribunale, non paga il prezzo soltanto la famiglia della vittima. Paga la tenuta stessa delle istituzioni, che vivono di credibilità prima ancora che di autorità formale. Una polizia che si sente sempre sotto processo mediatico, come lamenta oggi il Coisp, e una cittadinanza che si sente sola davanti a una divisa: sono due sfiducie speculari, che si nutrono a vicenda in un cortocircuito che non si rompe da solo. Non è un discorso contro chi indossa una divisa e rischia la vita ogni giorno, la maggioranza silenziosa che non finisce mai su un video. È un discorso sul sistema che quella divisa la forma, la equipaggia e, soprattutto, la controlla.

Aspettiamo l’autopsia, aspettiamo le bodycam, aspettiamo la Procura. È giusto farlo. Ma aspettare la verità giudiziaria su questo caso specifico non ci esonera dal porre, già da oggi, la domanda di fondo, la stessa che avremmo dovuto porci con più forza venticinque anni fa: quante altre volte dovremo riscrivere questa storia, con un nome diverso e lo stesso “aiuto” che si spegne allo stesso modo, prima che qualcosa cambi davvero e non solo sulla carta?

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